Adopted

un progetto del Collettivo L'Amalgama e di Matteo Spiazzi

in scena: 

Caterina Bernardi, Angelica Bifano, Jacopo Bottani,

Federica Di Cesare, Massimiliano Di Corato, Gilberto Innocenti,

Clara Roberta Mori, Davide Pachera, Stefano Pettenella, Miriam Russo.

regia: Matteo Spiazzi

GALLERY

Il Collettivo L’Amalgama incontra Matteo Spiazzi nel 2016 durante un seminario di Commedia dell’Arte. Condividendo diversi interessi teatrali (la commedia dell’arte, l’uso della maschera intera, la ricerca di nuove forme teatrali) cominciano un percorso legato alla ricerca e allo sviluppo del linguaggio di maschera con finalità esclusivamente pedagogiche e di condivisione di esperienze.

Recentemente, dopo l’ultima tappa di studio assieme, è nata la volontà di concretizzare questo lavoro di ricerca in un progetto che porterà alla realizzazione di uno spettacolo. 

Il progetto vede dunque coinvolti: da un lato il Collettivo L’Amalgama, un gruppo di giovani attori che cercano di sviluppare progetti artistici autonomi e innovativi e, dall’altro lato, Matteo Spiazzi, un attore, regista e pedagogo che, seppur molto giovane, ha ricevuto diversi riconoscimenti a livello internazionale (Polonia, Austria, Slovenia, Bielorussia, Estonia) per il suo lavoro sulla maschera intera muta e la Commedia dell’Arte.

Adottare un figlio è un atto di generosità o di egoismo? 

Da questa domanda parte la nostra ricerca drammaturgica. 

 

Adottare un figlio, spesso, è la condizione ultima a cui si giunge dopo innumerevoli tentativi falliti. 

Il desiderio è quello di voler essere una famiglia normale e solo poi scoprire che questa normalità non esiste. Si desidera un figlio da crescere, da esibire, un figlio a cui delegare il senso della propria vita.

 

Questo gesto straordinario può svelare nel profondo chi siamo, soprattutto se le cose non vanno come pensavamo sarebbero potute o dovute andare. E allora, la lotta tra quello che vogliamo, quello che gli altri si aspettano da noi e quello che effettivamente accade crea un cortocircuito che non lascia scampo: la maschera che portiamo si rompe e crolla inevitabilmente. 

Cade la maschera dietro cui ci nascondiamo, dietro cui compiamo quei gesti convenzionali che la società ci richiede e quelle azioni che gli altri si aspettano da noi.

E allora che cosa succede? E che cosa ci succede? 

 

La maschera è uno strumento sia espressivo che drammaturgico, un elemento che filtra quello che siamo e lo trasforma in quello che vogliamo apparire. Mostrare il proprio volto nudo, invece, può essere una liberazione ma può anche renderci più fragili. Togliersi la maschera, smascherarsi significa letteralmente svelarsi, a noi e agli altri.

 

Uno degli obiettivi della nostra ricerca è quello di indagare la differenza tra l’avere una maschera e il non averla sia sul palco che nella vita, sia da attori che da spettatori; tra mettere una maschera e toglierla, tra toglierla a qualcuno e permetterci di toglierla.

 

Lavoriamo con le maschere espressive intere, quindi maschere che non permettono l’uso della parola ma comunicano con sguardi, azioni e corpo.

Il progetto, oltre ad una ricerca tecnica sull’uso della maschera, richiede, secondo noi, anche la creazione di una drammaturgia specifica che si fondi sulle situazioni e non sulle parole: una drammaturgia intesa come sequenza di azioni e situazioni che non necessitano di parole perché indagano quei momenti della vita in cui il parlare diventa superfluo.